Autore Francesco Baracca 100 anni di dubbi e misteri  (Letto 80 volte)

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Offline Rani

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Francesco Baracca 100 anni di dubbi e misteri
« il: 27 Giu 2018, 15:38:47 »
Tratto dal Messaggero

Ucciso da terra da un fante austriaco? Abbattuto da un altro velivolo? Suicida per non morire orrendamente bruciato? Non vi sono e non vi saranno mai risposte a queste domande: un ventaglio di irrisolvibili dubbi, ambientati in almeno sei possibili scenari, che contribuisce in realtà ad alimentare da 100 anni la gloria e la leggenda di Francesco Baracca, l’asso degli assi dell’aviazione italiana morto trentenne il 19 giugno 1918 sul Montello mentre mitragliava con il suo Spad SVII le truppe austroungariche con rischiosi raid a quote così infime da venire definiti missioni “Rettile”.

TRENTA COLPI
Di certezze, fra le carte che gli storici non solo italiani continuano a scandagliare, ve ne sono poche, per quanto possa sembrare paradossale data l’enorme notorietà che il maggiore romagnolo aveva conquistato non certo solo in Europa. Baracca, con lucido e fenomenale coraggio, riusci ad abbattere in 2 anni e 2 mesi, a partire dall’aprile 1916, ben 34 apparecchi nemici quando ne bastano 5 per essere considerati “assi”. La Storia della caccia italiana comincia con lui: prima nessun altro aveva vinto un combattimento aereo. Un record a tutt’oggi mai superato e destinato a restare tale.

Una tecnica sopraffina di volo, un’intelligenza tattica senza uguali, lo scandire della raffiche – brevi, non più di 30 colpi, e precise - sparate quasi sempre dal basso rispetto all’avversario che così non aveva scampo mentre invece credeva di essersi liberato di quel caccia con cui aveva ingaggiato il combattimento. E l’onore cavalleresco per il nemico, al punto da disdegnare l’uso di pallottole traccianti che innescavano l’incendio del serbatoio dei velivoli nemici, condannando i piloti a una morte atroce.



Baracca e gli altri piloti, poi, protagonisti di quei quei primi duelli aerei in cui i biplani avevano sostituito il fioretto o la sciabola, non amavano i raid aria-terra, quelle missioni per mitragliare i fanti nemici che rispondevano alzando un muro di piombo: sia per la loro estrema pericolosità sia perché non vi trovavano nulla di cavalleresco. E persino un asso popolare e autorevole come Baracca, già pluridecorato con le massime onoreficenze anche da parte di altre nazioni, venne ripreso dal Comando proprio a pochi giorni da quell’ultimo volo perché la sua squadriglia di campioni si prestasse ancora di più a queste incursioni.

Si premeva tanto per quelle missioni anche per gli effetti psicologici, atout inedito e appena sperimentato per la nuova arma del cielo: i raid dei biplani demoralizzavano il nemico ed esaltavano i fanti italiani nel fango del Piave che conoscevano uno a uno i nomi dei “loro” piloti riconoscibili degli emblemi personali. Baracca, l’eroe della caccia aerea, l’angelo che proteggeva i soldati rincuorati dalla vista del cavallino rampante.

IL CAVALLINO RAMPANTE
Era un ufficiale di cavalleria, Baracca, giacché all’epoca la giovanissima aeronautica militare operava ancora in seno al Regio Esercito. Colto, brillante, di ottima famiglia di Lugo di Romagna, campione di equitazione, alto, bello, il romagnolo non passava mai inosservato fra le donne più affascinanti nelle serate eleganti a Parigi (nella Francia della belle époque prese il brevetto di volo) e a Roma. Che noia quando per un breve periodo venne riacquartierato nella monotona Rieti. Per ricostruire le tappe della sua vita vi sono centinaia di lettere alla madre, la contessa Paolina de Biancoli, cugina di Italo Balbo.

E poi le cronache dei giornali sempre più imponenti via via che il maggiore assommava vittorie nei cieli tanto da essere scelto per comandare la 91a, la squadriglia degli assi: a destra, sulla fusoliera dei biplani rivestiti di tela, un grifone, a sinistra il simbolo personale di ogni pilota: per Baracca il cavallino rampante (dall’emblema dell’amatissimo Secondo reggimento cavalleria Piemonte Reale) che nel 1923 la madre donerà a Enzo Ferrari intrecciando così due leggende.

Baracca e gli altri assi, in quei luttuosi anni di guerra, divennero gli eroi più popolari e seguiti, più ritratti nelle copertine della Domenicadel Corriere: aziende arrivarono ad assegnare notevoli premi in danaro (fino a 20mila lire) per ogni velivolo nemico abbattuto. Iniziative non subito pienamente condivise dalle gerarchie militari, ma poi accettate perché la macchina della propaganda non doveva mai fermarsi soprattutto nella faticosa risalita dopo la disfatta di Caporetto.

L’ULTIMO VOLO
“Dalla divisa che indossava … dalla tessera di riconoscimento … risulta essere il medesimo effettivamente il Maggiore del Piemonte di Cavalleria comandante la 91a squadriglia aeroplani Baracca Cav. Francesco morto in seguito a ferite d’arma da fuoco alla regione orbitaria destra ed ustioni profonde diffuse per scoppio del motore dell’apparecchio che pilotava”.

Dall’archivio dell’Ufficio storico dell’Aeronautica militare il verbale del riconoscimento della salma di Baracca. Pochissime righe. Insufficienti a dare risposte sulla dinamica della morte dell’asso che nel tardo pomeriggio del 19 giugno venne di nuovo spedito spedito a sventagliare di piombo le trincee austroungariche. Era la sua quarta missione quel giorno e come gregario gli toccò il novellino Franco Osnago.

Infuriava la battaglia che D’Annunzio, primo degli idolatri di Baracca, battezzò del Solstizio ed era vitale ricacciare indietro gli austriaci che, bluffando sulle loro forze, tentarono il tutto per tutto per sfondare oltre il Piave. In quei giorni si decidevano le sorti dell’Italia nel Prima guerra mondiale.

A pochi minuti dal decollo di Baracca, un bagliore sul Montello: in tanti pensarono a una nuova vittoria del maggiore, ma poi di lui non si seppe più nulla fino al 23 giugno. Mentre il carnaio della battaglia mieteva migliaia di vittime, quattro interminabili giorni di black out nella storia dell’eroe dei cieli: il gregario disse di averlo perso di vista e si poteva persino sperare che fosse vivo, prigioniero del nemico. Il re Vittorio Emanuele III telegrafò ai genitori per garantire che sarebbe stato fatto tutto il possibile per cercare tracce dell'asso.

Appena gli austriaci iniziarono ad arretrare (e non si fermarono più fino al alla resa finale) alcuni compagni di squadriglia e anche l’inviato del Messaggero e del Secolo di Milano, Raffaele Garinei, perlustrando le basse colline coperte dei poveri resti dei soldati trovarono il cadavere del maggiore e i rottami dello Spad in un avvallamento (la “busa delle rane”) sul Montello, nel comune trevigiano di Nervesa (poi Nervesa della Battaglia). Fra i soldati che trasportarono la salma qualcuno di loro raccontò di ferite (pallottole di mitraglia o di fucile) sul petto e su un braccio che il verbale del riconoscimento però non descrive.



Il Messaggero, nel titolare le corrispondenze di Garinei e di Rino Alessi, scrisse di “suicidio per non cadere nelle mani del nemico”, salvo poi smentire nei giorni seguenti quando l’Italia si commosse nel celebrare il funerale dell’eroe centrato sul volto “dal fortunoso colpo di un fante”. L’alata orazione funebre venne affidata a Gabriele D’Annunzio.



GLI SCENARI
Baracca, allora, venne colpito da terra? Da un fante fortunato o da un cecchino issato su un campanile e dalla fantascientifica mira? All’arrivo dei biplani gli austriaci iniziavano a sparare con tutto ciò che avevano. Appena il giorno prima una pallottola proveniente da una trincea aveva bucato il collo del giubbotto del maggiore. E il 19 giugno venne colpito il pilota oppure il motore che si incendiò facendo precipitare lo Spad?

Oppure va dato credito a Max Kauer e Arnold Barwig, pilota e mitragliere di un Phoenix austriaco, che dissero di avere abbattuto in quella zona e a quell’ora un aereo italiano, sorprendendolo mentre sparava sulle loro trincee? “Sorprendere” un asso come Baracca, padrone del cielo sul fronte austro-ungarico in cui l’aviazione italiana vantava un netto predomonio?

E perché allora Osnago riferì di non avere visto alcun apparecchio nemico? Un gregario sincero oppure un uomo in preda ai sensi di colpa? Strano, poi, che il comando austro-ungarico, in disperato affanno, non cavalcasse la gloria dell’abbattimento dell’avversario più conosciuto.

Ancora: Baracca, già avvolto dalle fiamme, si tolse la vita sparandosi nell’incavo dell’occhio destro (per essere sicuro dell’effetto mortale) con una pistola di piccolo calibro? Pistola che effettivamente venne trovata fuori dalla fondina, a pochi passi dalla salma, anche se nessuno – incredibilmente – ne controllò il caricatore. L’eroe, del resto, l’aveva detto e scritto: “Meglio un colpo alla testa che bruciare vivo”.

Oppure fu l’impatto devastante con il terreno a uccidere l’asso causandogli anche quella ferita “d’arma da fuoco di piccolo calibro” sul viso citata dal compagno di squadriglia, l’asso Ferruccio Ranza, fra coloro che videro per primi la salma? La morte, anche per suicidio, potrebbe inoltre essere giunta solo dopo l’impatto, con Baracca che si sarebbe trascinato per qualche metro fuori dai resti della carlinga in fiamme? E che ruolo hanno, nella fine di Baracca, le pallottole e i pallettoni ritrovati poi conficcati nel motore Hispano-Suiza dello Spad? E che coincidenza, questa incertezza, con le vicende della fine dell’insuperabile asso tedesco Manfred von Richtofen, il Barone Rosso (80 vittorie), morto due mesi prima sulla Somme, colpito – si ritiene - dalle fucilate di un fante australiano mentre però veniva bersagliato dalle raffiche di un pilota canadese che gli si era messo in coda.

COLD CASE
«In realtà dobbiamo cambiare prospettiva, niente Csi e cold case, insomma - spiega lo storico dell’aviazione Gregory Alegi, docente alla Luiss, profondo conoscitore di questi scenari – Nel giugno di cento anni fa l’Italia stava combattendo la battaglia decisiva in una guerra che costò la vita a 600mila nostri soldati. “Siamo sicuri che è lui?” chiedeva il Comando. Era importante solo riconoscere quel cadavere e celebrare in fretta la morte dell’eroe più famoso. Fare un’autopsia vera e propria, in quel contesto, non era davvero né comune né immaginabile, per quanto oggi ci possa apparire strano. E nemmeno si poteva ipotizzare, in quei momenti, un attento esame dei rottami dello Spad. Figuriamoci che nessuno controllò persino se alla pistola di Baracca, poi finita chissà dove, mancasse un colpo dal caricatore: un accertamento a dir poco banale, ci sembra adesso se non ci caliamo nel clima di quei giorni.

Certo, l’ipotesi dell’abbattimento da terra non ne intaccava la gloria dell’imbattibilità nei duelli aerei, così importante anche per sostenere il morale delle nostre truppe: “Se abbattono un campione come Baracca, che ne sarà di noi piccoli soldati?”. E certo anche che l’idea del suicidio, per quanto citata dallo stesso Baracca nel suo epistolario, per le autorità non appariva onorevole.

Di persona ho volato con un biplano Tiger Moth sul Montello cercando di ricostruire traiettorie e rotte in base alla varie testimonianze anche degli austriaci e credo che, sfrecciando così a bassa quota, Baracca non avrebbe proprio avuto il tempo di spararsi. Inoltre gli austriaci, che scoprirono solo in seguito l’identità del pilota abbattuto, non si esaltarono eccessivamente per un successo così eclatante, il che potrebbe avvalorarne la sincerità.

Riesumare la salma? E per quale motivo visto anche che probabilmente l'operazione, dopo un secolo, non basterebbe certo a chiarire i dubbi? In altre parole, di risposte certe non ve ne sono e probabilmente mai vi saranno con un’indeterminatezza che tuttavia garantisce eterna solidità alla gloria di un pilota senza uguali, trasfigurato nella morte da giovane e all’apice di una fama assoluta. Gli eroi più ricordati, lo sappiamo, di solito non arrivano alla pensione. La purezza della gloria e della figura di Francesco Baracca, a cui tutte le città italiane hanno dedicato una via, è così cristallizzata nel tempo. Che sarebbe accaduto, immaginiamo, se fosse sopravvissuto al conflitto? Avrebbe poi aderito al regime fascista, che sul mito di Baracca non fece sconti, o se ne sarebbe tenuto ai margini? In entrambi i casi la sua icona non sarebbe restata uguale a quella che celebriamo oggi a 100 anni dalla fine».

ATTUALITA’ DI BARACCA
«Commemorazioni estremamente meritate - continua Alegi - anche in chiave attuale nonostante la storia dei duelli aerei sia così cambiata con l’evolversi della tecnologia negli ultimi decenni: i combattimenti a vista di fatto negli recenti conflitti sono di estrema rarità. Ci si sfida da distanze enormi: l’occhio di falco è stato sostituito da radar, sensori e satelliti, da missili “intelligenti”. I jet anche bisonici di adesso definiti “da caccia” lo sono ormai in senso molto lato, ma credo che l’intelligenza tattica di Francesco Baracca sarebbe ugualmente a suo agio anche in questi scenari che trarrebbero vantaggi dalle sue intuizioni. Era un pioniere dell’aviazione militare in tutto e per tutto e aveva subito capito l'importanza capitale del dominio del cielo: tecnica di volo, meccanica del motore e degli armamenti, organizzazione dei mezzi e degli uomini, strategia della “copertura” aerea del territorio. Le sue tattiche sono ancora oggetto di studio nelle accademie aeronautiche.

Persino nelle pubbliche relazioni era all'avanguardia: di persona e anche con un'instancabile attività epistolare che gli sottraeva tempo al già così scarso riposo notturno. Dai semplici cittadini gli arrivano centinaia di lettere e non si contano re e regine di stati europei, primi ministri, grandi industriali che gli facevano visita al campo di volo fra una missione l'altra. Si occupava con competenza e prontezza di ogni aspetto della sua attività. Face compiere balzi enormi alla caccia aerea a soli 15 anni dal primo decollo di un velicolo a motore, quello dei fratelli Wright. In quegli anni gli aerei, ancora così poco affidabili, venivano usati soprattutto per la ricognizione: è con le imprese degli assi come Baracca che la caccia divenne via via l’elite dell’aviazione militare

Offline crostolo

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Re:Francesco Baracca 100 anni di dubbi e misteri
« Risposta #1 il: 28 Giu 2018, 22:12:02 »
Grazie Rani, gran bella lettura